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17 Ottobre 2013

Prendo spunto da una notizia recente riguardante un padre accusato dalla Procura di Treviso di maltrattamenti in famiglia per aver costretto il figlio a svolgere in maniera ossessiva attività agonistica, per aver condizionato le manifestazioni di affetto nei suoi confronti ai risultati raggiunti, per averlo indotto ad assumere prodotti iperproteici del tutto inadeguati all’età con l’obiettivo di potenziarne il fisco.
Leggi la fonte: https://tribunatreviso.gelocal.it/cronaca/2013/10/15/news/doping-al-figlio-per-farne-un-campione-1.7924379.

Il fenomeno non è nuovo ma purtroppo sta ormai diventando un vero e proprio problema relazionale, educativo e sociale; gli esperti e gli psicologi dello sport lo chiamano “campionismo”. I cosiddetti “-ismi” stanno di solito a indicare una degenerazione di comportamenti che invece di rientrare nei limiti sociali di accettabilità, degenerano in estremizzazioni dannose; ricordiamo ad esempio bullismo, razzismo, alcolismo, feticismo, fanatismo, etc…

Questa questione è più complessa, ma se ci soffermiamo a pensare, siamo costantemente stimolati da vari fenomeni di massa creati da personaggi pubblici che anche nello sport assumono i connotati di veri e propri miti, supereroi che guadagnano uno sproposito di soldi e che sono idolatrati più dai genitori che dai giovani ragazzi. Genitori questi che in gioventù ritengono di aver fallito nello sport o semplicemente non sono arrivati ai livelli auspicati.
Questo tipo di genitori può commettere il grave errore di riversare le proprie frustrazioni ed eccessive aspettative sui figli che fanno sport. Si creano così conseguenze negative e danni alla maturazione psicofisica ed emozionale dei giovani ragazzi.

calcetto

Servirebbe invece lasciar loro la libertà di divertirsi, la possibilità di vincere o perdere, lasciando inalterata quella grande valenza educativa al successo e alla sconfitta che lo sport può offrire ad un giovane come ad un adulto. I disagi dei genitori spesso però ricadono sui figli, e accentuare quest’aspetto anche nel loro tempo libero e nello sport significa essere persone adulte solo all’anagrafe.
Doping precoce, cattive abitudini alimentari, scarsi rendimenti scolastici, eccesso nell’uso di tecnologie, cattiva gestione del tempo libero, sono altri campanelli d’allarme importanti che un genitore dovrebbe saper governare assieme al figlio in una partnership costruttiva.

Un buon coach, come un buon padre non pretende mai dal suo atleta quello che questo non può dare o qualcosa che non sia nelle sue reali potenzialità, ambizioni o desideri. Un atleta, come un figlio non può andare oltre il proprio limite inconsapevolmente solo per aderire alle aspettative del suo allenatore o dei suoi genitori.

Campioni a volte si nasce, spesso lo si diventa, ma la vita nel lavoro, in famiglia, nello studio, nello sport ha bisogno soprattutto di “persone sane e consapevoli”; servono uomini e donne, giovani o adulti equilibrati e competenti, sereni e innamorati della vita… non solo dei campioni a volte anche di pessimo esempio.

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